Un cono candido che domina un'intera composizione pittorica con la sola forza della sua presenza silenziosa: pochi soggetti ricorrono nella storia dell'arte giapponese quanto il Fuji-San, con i suoi 3.776 metri la montagna più alta del Giappone. Pittori, incisori xilografi e calligrafi lo hanno immortalato per oltre mille anni su rotoli dipinti, xilografie policrome, paraventi e armature - come simbolo religioso non meno che come emblema nazionale. Nessun'altra montagna al mondo è oggetto di una tradizione figurativa altrettanto fitta e ininterrotta.
Prime raffigurazioni: dal principe sul monte al paesaggio Rimpa
Nelle arti figurative il Fuji compare per la prima volta intorno all'XI secolo. Il rotolo dipinto «La biografia illustrata del principe Shōtoku» illustra una leggenda secondo cui lo statista e promotore del buddhismo Shōtoku Taishi, nel VI secolo, avrebbe cavalcato un cavallo nero sopra la vetta del Fuji. Poiché la biografia di Shōtoku fu più volte ripresa nell'arte giapponese, questa conquista del monte è tra le più antiche raffigurazioni pittoriche pervenute della montagna in assoluto. Solo nel XVII secolo il Fuji si affermò come motivo paesaggistico autonomo: i pittori della scuola Rimpa raffigurarono la sua caratteristica silhouette in composizioni decorative, fortemente semplificate - uno stile che decenni più tardi avrebbe contribuito a plasmare il linguaggio formale dei maestri dell'ukiyo-e.
Le «Trentasei vedute del monte Fuji» di Hokusai
Indissolubilmente legata al Fuji è ancora oggi la serie di silografie policrome «Trentasei vedute del monte Fuji» (Fugaku Sanjūrokkei) di Katsushika Hokusai. L'artista realizzò i primi schizzi nel 1830, all'età di settant'anni, e osservò egli stesso, guardando indietro, che nessuna delle sue opere precedenti poteva competere con questa serie. Il suo successo si basava su una tecnica compositiva allora insolita: alcune stampe lasciano che il Fuji riempia l'intera superficie dell'immagine, in altre la maestosa vetta è riconoscibile solo come un punto minuscolo ma innegabilmente presente all'orizzonte, mentre in primo piano ferve la vita quotidiana di Edo. La stampa più celebre della serie, «La grande onda di Kanagawa», mostra il Fuji piccolo tra due enormi creste d'onda – una composizione che ha fatto storia. Anche nell'opera tarda di Hokusai il monte rimase presente: una delle sue ultime opere, dipinta nel 1849 all'età di novant'anni, è nuovamente dedicata al sacro Fuji, questa volta accompagnato da un drago. Il Metropolitan Museum of Art indica esplicitamente la propria stampa della «Grande onda» come appartenente a questa serie, datandola a circa il 1830-1832.
La risposta di Hiroshige e lo sguardo su Edo
Come reazione al successo di Hokusai, Andō Hiroshige creò nel 1852 il proprio album «Trentasei vedute del Fuji» – un omaggio e allo stesso tempo una sfida artistica. Queste stampe non erano soltanto ammirate, ma venivano volentieri acquistate come souvenir e regalo dai pellegrini che avevano visitato la montagna nell'ambito dei diffusi pellegrinaggi al Fuji; le tirature erano regolarmente esaurite in breve tempo. Anche la più ampia serie di Hiroshige «Cento famose vedute di Edo» dedica alla montagna uno spazio notevole: su 120 tavole, 19 raffigurano il Fuji, tra cui la tavola d'apertura «Nihombashi dopo la nevicata», in cui la vetta bianca come la neve si erge sopra il quartiere invernale di Nihombashi. Osservare la montagna dal ponte Nihombashi era, nel periodo Edo, una consuetudine di Capodanno ben radicata.
Più grande della realtà: la montagna sublimata
Quasi nessun artista di rilievo del periodo Edo rinunciò a dedicare almeno una delle proprie opere al Fuji – la montagna sacra compare su tele, ombrelli di carta, porte scorrevoli shōji, kakemono, mandala, tessuti, ceramica e xilografie in egual misura. Ciò che colpisce è che gli artisti del XVIII e XIX secolo raffiguravano regolarmente il Fuji notevolmente più grande di quanto fosse realmente visibile da Edo. Questa sublimazione consapevole è tipica della tradizione pittorica giapponese: non si tratta di una «vera veduta» fotograficamente fedele, bensì di rendere visibile la forma ideale e nascosta di un oggetto – così come la montagna doveva apparire nella coscienza collettiva. Dietro a ciò vi è anche la venerazione religiosa del Fuji come sede di divinità: dal periodo Edo, Konohanasakuya-hime, la «principessa dei ciliegi in fiore», è considerata la divinità principale della montagna, mentre in precedenza essa era associata alla divinità vulcanica Asama. Sulla vetta sorse inoltre, nel Medioevo, un tempio buddhista; un mandala giunto fino a oggi mostra il Buddha Amida e dei bodhisattva assisi in trono sul Fuji.
Dalla veste da guerra al Fujizuka: la montagna nella vita quotidiana
La venerazione del Fuji non si limitava alla pittura in senso stretto. Il condottiero Toyotomi Hideyoshi indossava, nel tardo XVI secolo, una sopravveste di lana chiamata «jin-baori», sul cui dorso era ricamata la sagoma di una montagna con una spirale di «fuoco divino» – un'allusione alla leggenda secondo cui il Fuji un tempo eruttasse regolarmente fumo e fiamme. Armature, elmi, selle, coltelli e scudi recavano spesso motivi analoghi ispirati al Fuji. Anche al di fuori delle arti figurative la venerazione della montagna trovava espressione: nelle città gli abitanti eressero «fujizuka», piccole riproduzioni del Fuji alte circa 15 metri, dotate di torii e santuario, che servivano come meta di pellegrinaggio a coloro che non potevano o non volevano affrontare la faticosa ascesa della montagna vera. Un tale rilievo è documentato, ad esempio, nella xilografia di Hiroshige «Nuovo Fuji di Meguro». Che la montagna sia rimasta un soggetto pittorico naturale anche dopo la fine del periodo Edo lo dimostra una pagina d'album raffigurante il Fuji, a inchiostro e colore su seta, di Kawanabe Kyōsai (1831–1889), conservata al Metropolitan Museum of Art e risalente al 1887 circa.
Influsso sull'arte occidentale
Alla fine del XIX secolo le silografie di Hokusai giunsero in Europa, suscitando entusiasmo. Il collezionista e scrittore francese Edmond de Goncourt, noto ammiratore dell'arte giapponese, divenne uno dei più influenti sostenitori dell'ukiyo-e in Francia e sottolineò più volte il loro influsso sulla pittura paesaggistica degli impressionisti, primo fra tutti Claude Monet. Le silografie policrome giapponesi influenzarono in modo determinante l'impressionismo europeo, e la serie del Fuji di Hokusai fu tra i modelli più influenti del cosiddetto giapponismo. Quando Claude Debussy pubblicò nel 1905 i suoi tre pezzi orchestrali sotto il titolo «La Mer», l'editore scelse per la copertina dello spartito proprio «La grande onda di Kanagawa» - quella tavola della serie del Fuji di Hokusai che ancora oggi è considerata una delle opere d'arte più famose al mondo e che ha portato la fama del Fuji-San ben oltre i confini del Giappone.
Fonti e bibliografia
The Metropolitan Museum of Art: Under the Wave off Kanagawa (Kanagawa oki nami ura), dalla serie Thirty-six Views of Mount Fuji, n. inv. JP2569, metmuseum.org.
The Metropolitan Museum of Art: Mount Fuji, Kawanabe Kyōsai, n. inv. 14.76.61.3, metmuseum.org.
Timothy Clark (a cura di): Hokusai. Beyond the Great Wave. Thames & Hudson / British Museum, Londra 2017.