Mino-yaki – quattro stili, una regione, infinita varietà
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Se si entra in un negozio di ceramica giapponese e si chiede l'origine di uno scaffale dall'aspetto particolarmente eterogeneo – qui un verde intenso, là un bianco vaporoso, accanto un giallo sobrio e un nero impeccabile –, la risposta è sorprendentemente spesso: tutto Mino-yaki. Quasi nessun'altra regione ceramica giapponese riunisce sotto un unico nome una tale varietà stilistica. Ciò è dovuto alla storia particolare della regione di Mino, nell'odierna Gifu, che nel corso dei secoli si è sviluppata fino a diventare un campo di sperimentazione per nuovi smalti e nuove forme – ed è oggi, in termini quantitativi, la più importante regione ceramica del Giappone in assoluto.
Che cos'è il mino-yaki?
Il mino-yaki (美濃焼) è la denominazione collettiva della ceramica proveniente dall'antica provincia di Mino, che oggi si trova nella parte meridionale della prefettura di Gifu, in particolare nelle città di Toki, Tajimi, Mizunami e Kani. A differenza di molte altre tradizioni giapponesi, il mino-yaki non segue uno stile unico e uniforme, ma comprende più di quindici sottotipi riconosciuti come artigianato artistico tradizionale. I quattro più noti e storicamente più significativi sono Shino, Oribe, Ki-Seto e Setoguro – quattro tradizioni di smalto profondamente diverse tra loro, tutte nate o giunte al loro apice durante il periodo Momoyama (1573–1603) nell'ambito della cerimonia del tè giapponese.
Dalla ceramica Sueki alla fioritura Momoyama
La tradizione dei vasai della regione di Mino risale a più di 1.300 anni fa: già nel V secolo qui, stimolati da tecniche importate dalla Corea, furono prodotte le prime ceramiche Sueki non smaltate. Nel periodo Heian (794–1185) si aggiunsero le prime smalture a base di cenere. La svolta decisiva nello sviluppo avvenne però solo nel XVI secolo, quando vasai provenienti dalla vicina Seto fuggirono sul posto durante i tumulti delle guerre civili e, sotto la protezione dei signori feudali locali, costruirono nuove fornaci. Sotto la guida dell'influente maestro del tè Furuta Oribe, allievo di Sen no Rikyū, nacque in questo periodo un vero e proprio slancio creativo, che diede origine a diversi stili ceramici tuttora celebri.
I quattro grandi stili in sintesi
Il Metropolitan Museum of Art classifica sistematicamente i pezzi di questo gruppo come «Mino ware», con la rispettiva specificazione di tipo Shino o Oribe. Lo Shino-yaki è considerato la prima ceramica giapponese a smalto bianco: uno smalto feldspatico denso e lattiginoso, con pori sottili e macchie di fuoco rossastre, spesso arricchito da motivi vegetali dipinti sotto lo smalto con tratto discreto. L'Oribe-yaki, invece, si riconosce inconfondibilmente dal suo smalto verde intenso a base di rame, combinato con forme asimmetriche e motivi geometrici o floreali marcati dipinti in ossido di ferro - uno stile volutamente «imperfetto», quasi giocoso, che rispecchiava il gusto personale di Furuta Oribe per l'inconsueto. Il Ki-Seto, «Seto giallo», si distingue per uno smalto giallo delicato, generalmente applicato in strato sottile, e veniva tradizionalmente impiegato soprattutto per raffinati servizi da tavola della cucina kaiseki. Il Setoguro, «Seto nero», infine, nasce da un procedimento particolare: i pezzi vengono estratti dal forno ancora incandescenti e raffreddati bruscamente, per cui lo smalto si solidifica in un nero profondo e vellutato - una tecnica nota anche come Hikidashi-guro, «nero estratto».
Produzione e tecnica di cottura
Come per la maggior parte delle ceramiche di Mino, ancora oggi la produzione avviene attraverso diverse fasi di lavorazione tradizionali: il materiale di partenza, accuratamente impastato, viene prima liberato dalle bolle d'aria, mentre la caratteristica tecnica di impastatura conferisce all'argilla una forma a spirale che ricorda un crisantemo. Dopo la formatura al tornio da vasaio, si procede all'applicazione dello smalto, seguita dalla cottura in un forno a camera o a tunnel alimentato a legna, a temperature fino a 1.400 gradi Celsius. Proprio nella tradizionale cottura anagama, l'interazione tra cenere volante e fiamma produce le tipiche sfumature cromatiche e le differenze di texture che conferiscono alla ceramica di Mino il suo carattere inconfondibile e dall'aspetto naturale.
La riscoperta a opera di Arakawa Toyōzō
Durante il periodo Edo la produzione dell'autentico shino Momoyama cadde in gran parte nell'oblio, e per lungo tempo se ne suppose erroneamente l'origine nella vicina regione di Seto anziché a Mino. Il Victoria and Albert Museum descrive il chiarimento di questo equivoco come un episodio noto della storia della ceramica giapponese moderna: nel 1930 Arakawa si imbatté in cocci di shino presso Mutabora, nel villaggio di Ogaya, e nel 1933 vi trasferì la propria bottega. Fu solo il vasaio Arakawa Toyōzō (1894–1985), originario di Tajimi, a mettersi sistematicamente, nel XX secolo, alla ricerca dei siti di cottura originali del periodo Momoyama, riuscendo, attraverso lo studio dei resti storici dei forni, a ricostruire le miscele di argilla e le tecniche di cottura che si credevano perdute. Per questo risultato, nel 1955 fu insignito del titolo di Ningen Kokuhō, «Tesoro nazionale vivente» – secondo il Victoria and Albert Museum, in egual misura per le sue opere ki-seto, setoguro e shino – un riconoscimento che da allora è stato conferito anche ad altri importanti ceramisti di Mino, come Katō Tokurō.
Dall'artigianato alla più grande regione ceramica del Giappone
A partire dalla metà del periodo Meiji, la produzione a Mino iniziò a specializzarsi e razionalizzarsi sempre di più, per poter competere con altre regioni; verso la fine del periodo Taishō, la crescente elettrificazione accelerò ulteriormente questo cambiamento, cosicché i tradizionali forni alimentati a legna vennero via via sostituiti da forni a carbone più efficienti. Nel periodo Shōwa, la regione di Mino salì infine al rango di più grande regione ceramica del Giappone in termini quantitativi: ancora oggi, si stima che dal 50 al 60 per cento dell'intera produzione ceramica giapponese provenga da questa regione – un contrasto enorme rispetto alla produzione su piccola scala, spesso a conduzione familiare, delle storiche Six Ancient Kilns.
La ceramica di Mino nella vita quotidiana
Nonostante questa dimensione industriale, a Mino sopravvive ancora oggi una vivace scena artigianale che coltiva le tecniche tradizionali lavorando a mano. Chawan, contenitori per il sake, vasi e stoviglie d'uso quotidiano nei quattro stili classici di Mino rimangono tra gli oggetti più ricercati dai collezionisti di ceramica da tè giapponese. Chi desidera riconoscere un originale fatto a mano dovrebbe prestare attenzione alla caratteristica irregolarità dell'andamento dello smalto e della forma, tratti che non si riscontrano nella produzione industriale di massa smaltata.
Ceramica Oribe: la rottura giocosa della simmetria
Merita uno sguardo particolarmente approfondito la ceramica Oribe, che prende il nome dal maestro del tè Furuta Oribe, considerato uno degli allievi più influenti di Sen no Rikyū, pur discostandosi nettamente, nella propria sensibilità estetica, dal rigoroso rigore di quest'ultimo. Oribe prediligeva deliberatamente forme asimmetriche, spesso leggermente irregolari, insieme a uno smalto verde intenso a base di rame, che scorre in caratteristici rivoli sulla superficie dell'oggetto, combinato con motivi giocosi, in parte quasi fumettistici, in ossido di ferro. Questa deliberata rottura con la sobrietà wabi-sabi fino ad allora dominante rese la ceramica Oribe uno degli stili più individuali e sperimentali dell'intera storia della ceramica giapponese, e mostra quanta libertà creativa fosse possibile anche all'interno delle rigide convenzioni della ceramica da tè.
Questa audacia stilistica spiega anche perché la ceramica Oribe goda ancora oggi di grande popolarità, in particolare presso i collezionisti internazionali e i designer contemporanei: il linguaggio formale chiaro, quasi moderno, unito alla vivace cromia verde risulta sorprendentemente senza tempo e si presta a essere impiegato con efficacia sia in ambienti tradizionali sia in spazi dal design contemporaneo. Non di rado è proprio la ceramica Oribe a fungere da primo accesso all'intera ceramica da tè giapponese per i collezionisti occidentali, prima che questi si rivolgano in seguito anche a stili più sobri come lo Shino o il Bizen. Questo ruolo di «porta d'ingresso» la ceramica Oribe lo deve proprio al suo linguaggio formale insolito, spesso immediatamente accessibile per l'osservatore occidentale.
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Fonti e bibliografia
The Metropolitan Museum of Art: Shino Tea Bowl with Bridge and Shrine, Known as "Bridge of the Gods" (Shinkyō), n. inv. 2015.300.271, metmuseum.org.
The Metropolitan Museum of Art: Covered Vessel (Futamono) with Plum Tree, n. inv. 2023.731a, b, metmuseum.org.
Victoria and Albert Museum, Londra: Fresh water jar and lid, Suzuki Osamu, n. inv. FE.29-1989, collections.vam.ac.uk.
Richard L. Wilson: Inside Japanese Ceramics. A Primer of Materials, Techniques, and Traditions. Weatherhill, New York 1995.
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