Ceramica Oribe

Ceramica giapponese Oribe

Verde rame che si raccoglie in gocce scure sugli spigoli, griglie e zigzag sotto la vetrina, bordi spinti fuori dal tondo: la ceramica Oribe ha un carattere tutto suo – pezzi unici fatti a mano direttamente dal Giappone.

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In breve

La ceramica Oribe (織部焼, Oribe-yaki) è un gres giapponese della regione di Mino, nell’attuale prefettura di Gifu, nato intorno al 1600 nell’ambiente della cerimonia del tè. Prende il nome dal maestro del tè Furuta Oribe, che ruppe di proposito con l’austera sobrietà del suo maestro Sen no Rikyū. I suoi tratti distintivi sono una vetrina verde rame che scorre in colature sul pezzo, una decorazione geometrica all’ossido di ferro su zone chiare e forme volutamente deformate e spigolose. Su Densho trova chawan, yunomi e guinomi Oribe fatti a mano, pezzi unici direttamente dal Giappone.

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Origini: Mino e una breve fioritura intorno al 1600

L’Oribe-yaki fu prodotto nella regione di Mino, nel sud dell’attuale prefettura di Gifu, soprattutto tra il 1600 circa e gli anni Trenta del Seicento. A renderlo possibile fu un nuovo tipo di forno: intorno al 1605 giunse a Mino dalla zona di Karatsu il forno a camere costruito sul pendio (renbōshiki noborigama). Consentiva temperature più alte e uniformi e quindi un colore affidabile per la delicata vetrina al rame. Il forno di Motoyashiki, a Toki, è considerato la culla dell’Oribe; i suoi resti sono tutelati come sito storico nazionale. Insieme a Shino, Ki-Seto e Setoguro, l’Oribe è uno dei quattro grandi stili della ceramica di Mino.

Furuta Oribe e il gusto per il deformato

Lo stile porta il nome del maestro del tè Furuta Oribe (1544–1615), allievo di Sen no Rikyū e, dopo la morte di questi, considerato il principale maestro del tè del Giappone. Dove Rikyū cercava la riduzione e ciotole scure e silenziose, Oribe puntava sul movimento: bordi schiacciati, pareti storte, campi di vetrina che si interrompono a metà del disegno. Nel 1599 il mercante Kamiya Sōtan descrisse una tazza simile con la parola hyōge, cioè stravagante, giocosa. Quanto Oribe guidasse direttamente i vasai è discusso; certo è che il suo gusto ha plasmato lo stile. Dopo il suo suicidio forzato nel 1615 la moda perse rapidamente importanza.

Verde rame, pittura al ferro e forme deformate

La vetrina verde deve il suo colore al rame contenuto in una vetrina di cenere e feldspato. Non viene stesa a pennello ma versata o attinta con un mestolo: cola in strisce e si raccoglie sugli spigoli in margini scuri, quasi neri. La cottura è ossidante, a circa 1.220 °C; in riduzione la stessa vetrina virerebbe al rosso. Sulle zone lasciate nude o coperte di ingobbio bianco compare una pittura all’ossido di ferro che in cottura diventa un caldo bruno-nero: griglie, rombi, fasce a zigzag, scacchiere ed erbe fortemente stilizzate. Molte forme erano modellate su stampo, il che rendeva praticabili i recipienti angolari e lobati.

Ao, Sō, Narumi, Kuro: le varianti

I nomi dei sottotipi sono ancora oggi in uso nel commercio. L’Ao-Oribe, «Oribe verde», è il più noto: una parte del pezzo porta la vetrina verde, il resto rimane chiaro e viene dipinto. Il Sō-Oribe ricopre di verde l’intero pezzo tranne il piede. Il Narumi-Oribe unisce un’argilla chiara e una rossiccia, l’Aka-Oribe lavora con argilla rossiccia, l’E-Oribe mette in primo piano il disegno al ferro. Kuro-Oribe e Oribe-guro puntano sul nero: i pezzi vengono estratti incandescenti dal forno e raffreddati rapidamente, così che la vetrina ferrosa si fissa in nero.

Riconoscere l’Oribe

Il segno più affidabile è la vetrina al rame che cola in modo irregolare, con i suoi bordi scuri. A questo si aggiunge lo scontro tra due ordini: una geometria tracciata con precisione sotto la vetrina e una vetrina che non si cura di alcun disegno. Il piede non smaltato mostra un impasto dai toni caldi, leggermente ruvido. La forma è raramente rotonda e regolare: è spigolosa, schiacciata o piegata, spesso in modo che il pezzo abbia un davanti e un dietro. Nei pezzi fatti a mano vetrina e forma non si ripetono mai uguali; la produzione smaltata industrialmente appare invece uniforme.

L’Oribe oggi: Mino e Seto

Per secoli la tecnica cadde in gran parte nell’oblio. Solo dopo il 1930, quando il vasaio Arakawa Toyozō dimostrò che le celebri ceramiche da tè antiche erano state cotte a Mino e non a Seto, l’attenzione tornò ai vecchi forni. Oggi l’Oribe si produce nelle città di Mino – Toki, Tajimi, Mizunami e Kani – ma anche nella vicina Seto, nella prefettura di Aichi. Vasai contemporanei uniscono il verde classico a ricerche personali, per esempio zone di Shino feldspatico che portano toni rosati e bianchi nella vetrina.

Uso: ciotola da tè, bicchiere e coppetta da sake

Fin dall’inizio l’Oribe era vasellame da usare: ciotole da tè, tra cui il celebre kutsu-gata chawan a forma di scarpa, piccoli piatti di accompagnamento (mukōzuke) per il pasto kaiseki, contenitori per l’acqua e vasi. Il chawan serve a sbattere il matcha, lo yunomi è il bicchiere più alto per il tè in foglia come il sencha, il guinomi la piccola coppetta per il sake. In casa, il colore deciso e la geometria quasi moderna rendono l’Oribe efficace anche come oggetto singolo su una mensola o nel tokonoma.

Cura e cosa guardano i collezionisti

Pulisca i pezzi Oribe con acqua calda e una spugna morbida, senza detersivo e mai in lavastoviglie o nel microonde. Il piede non smaltato assorbe umidità: lasci asciugare completamente il pezzo all’aria prima di riporlo nel panno o nella scatola di legno. I collezionisti guardano all’andamento della vetrina, alla tensione tra pittura e verde e al tomobako: la scatola di legno firmata attesta artista e provenienza e dovrebbe restare con il pezzo.

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